domenica 26 dicembre 2010
Improvvisazione per chitarra e schiaffi (con la scusa di jingle bells)
Scelgo e monto le immagini a cazzo di cane, forse nello stesso modo in cui scrivo. Poi mi accorgo che ho raccontato qualcosa:
Le delusioni si soffian via con una bella donna fra le braccia.
In fondo è un modo piuttosto creativo per svoltare il tedioso Natale.
venerdì 24 dicembre 2010
Dialogo con l'inquietudine
"Avanzo lentamente, defunto, e la mia visione non è più mia, non è niente: è quella dell'animale umano che ha ereditato senza volere la cultura greca, l'ordine romano, la morale cristiana e tutte le altre illusioni che formano la civiltà all'interno della quale io percepisco.
Dove saranno i vivi?" (F.Pessoa, il libro dell'inquietudine)
Allora, mio caro Ruhevoll, cosa mi racconti in questi festosi giorni monotoni.
Non sono tuo, nè mi chiamo Ruhevoll. E già mi appare l'assurdità di questa frase, che io non mi chiamo mai, non ne ho certo bisogno, ci sono sempre e non mi separo da me stesso, non mi scindo. Il mio vero nome forse si compone solo sulle labbra di una donna, quando lei ha il coraggio e l'amore per dirlo, libera dai lacci sociali, dall'inganno, dall'età e dalla coscienza. E si dissolve quando lei mi abbandona per pronunciarne un altro, io sono la percezione altrui, il suo disegno. Senza di lei ho forma vaga e posso essere ciò che voglio, immerso in questo brulichio di volti senza suono, in una solitudine piena di possibilità.
Come canti in riverbero Ruhevoll, permettimi di chiamarti ancora così, lo faccio solo per capirsi.
Ma cosa vuoi capire tu da un nome? Quanti nomi sono dei vestiti indossati da oggetti sbagliati, abiti di qualcos'altro, concetti astratti, linee spezzettate che suonano dissociate senza comporsi in un'immagine, o ancora parole che posandosi su ciò che non ha immagine tentano di evocarne l'idea. Ho dovuto scrivere un sacco di righe per tentare vanamente di dare un mio significato alla parola ruhevoll e tuttavia ne restano fuori infiniti aspetti e sfumature. Nemmeno la musica, per quanto più efficace, riesce a definirlo.
Un vero poeta reinventa il linguaggio correndo il rischio di restare solo.
Si resta sempre soli quando riusciamo a dire le cose, anche senza essere poeti, perchè per poterle dire ce ne dobbiamo separare, prenderne le distanze. Come in queste celebrazioni del Natale, che mi fanno pensare alla festa dell'otto marzo, si celebrano le cose verso le quali si hanno sensi di colpa.
E quale colpa ci sarebbe nel celebrare il Natale?
Nessuna colpa, forse, semmai la complicità col furto cristiano verso ciò che non ha niente a che vedere con la cristianità: la nascita. E quindi, monotonamente, come ogni anno farò a meno del Natale, farò a meno della bontà associata alle scorpacciate, farò a meno delle lucine colorate e dei sorrisini imbecilli, dei pensierini di pace e fratellanza da mettere sotto alberi ormai tagliati, farei anche a meno di me stesso se fosse possibile, ma come vedi sono qui a scrivere e non ho trovato niente di più adatto che Pessoa per dire quel che penso.
Anche io mi chiedo: dove sono i vivi?
Meno male che hai l'onestà di ammettere la tua monotonia.
A lungo andare diventa difficile trovare risposte creative a questa cantilena ed essa ammoscia anche il mio animo ribelle. Non mi sarebbe sufficiente nemmeno un bel paio di gambe spalancate se anche quelle ripetessero la litania di mugolii senza un'immagine. E quindi potrei variare la domanda di Fernando, dov'è una donna viva?
Qui stai cedendo al pessimismo amico mio. Sta a te disegnare con lei le curve di un amplesso originale. Sta a lei disegnare con te un nome non ancora detto.
Lo scrissi tanto tempo fa:
Trovale una cosa che
non sia già detta,
che non sia passata.
Digliela con gli occhi
e non una parola
ad increspare l'aria.
Scrivila sulla sua pelle
ed accarezzerai un'idea
sul fior delle sue labbra
schiuse come un'orchidea.
Versi scialbi, da canzonetta, mi aspettavo di più dal momento che hai aperto con Pessoa.
Oh ma infatti era una canzonetta, e non hai ancora sentito qual'era il ritornello:
Suoni che non han rumore
suoni che si vedono
dicono le cose agli uomini
din don bell.
Accipicchia, chiami addirittura Shakespeare a darti mano nelle note finali, ma non sarai un ladro che non ha il senso del ridicolo?
Non mi serve il senso del ridicolo, io lo sono di mio.
Dove saranno i vivi?" (F.Pessoa, il libro dell'inquietudine)
Allora, mio caro Ruhevoll, cosa mi racconti in questi festosi giorni monotoni.
Non sono tuo, nè mi chiamo Ruhevoll. E già mi appare l'assurdità di questa frase, che io non mi chiamo mai, non ne ho certo bisogno, ci sono sempre e non mi separo da me stesso, non mi scindo. Il mio vero nome forse si compone solo sulle labbra di una donna, quando lei ha il coraggio e l'amore per dirlo, libera dai lacci sociali, dall'inganno, dall'età e dalla coscienza. E si dissolve quando lei mi abbandona per pronunciarne un altro, io sono la percezione altrui, il suo disegno. Senza di lei ho forma vaga e posso essere ciò che voglio, immerso in questo brulichio di volti senza suono, in una solitudine piena di possibilità.
Come canti in riverbero Ruhevoll, permettimi di chiamarti ancora così, lo faccio solo per capirsi.
Ma cosa vuoi capire tu da un nome? Quanti nomi sono dei vestiti indossati da oggetti sbagliati, abiti di qualcos'altro, concetti astratti, linee spezzettate che suonano dissociate senza comporsi in un'immagine, o ancora parole che posandosi su ciò che non ha immagine tentano di evocarne l'idea. Ho dovuto scrivere un sacco di righe per tentare vanamente di dare un mio significato alla parola ruhevoll e tuttavia ne restano fuori infiniti aspetti e sfumature. Nemmeno la musica, per quanto più efficace, riesce a definirlo.
Un vero poeta reinventa il linguaggio correndo il rischio di restare solo.
Si resta sempre soli quando riusciamo a dire le cose, anche senza essere poeti, perchè per poterle dire ce ne dobbiamo separare, prenderne le distanze. Come in queste celebrazioni del Natale, che mi fanno pensare alla festa dell'otto marzo, si celebrano le cose verso le quali si hanno sensi di colpa.
E quale colpa ci sarebbe nel celebrare il Natale?
Nessuna colpa, forse, semmai la complicità col furto cristiano verso ciò che non ha niente a che vedere con la cristianità: la nascita. E quindi, monotonamente, come ogni anno farò a meno del Natale, farò a meno della bontà associata alle scorpacciate, farò a meno delle lucine colorate e dei sorrisini imbecilli, dei pensierini di pace e fratellanza da mettere sotto alberi ormai tagliati, farei anche a meno di me stesso se fosse possibile, ma come vedi sono qui a scrivere e non ho trovato niente di più adatto che Pessoa per dire quel che penso.
Anche io mi chiedo: dove sono i vivi?
Meno male che hai l'onestà di ammettere la tua monotonia.
A lungo andare diventa difficile trovare risposte creative a questa cantilena ed essa ammoscia anche il mio animo ribelle. Non mi sarebbe sufficiente nemmeno un bel paio di gambe spalancate se anche quelle ripetessero la litania di mugolii senza un'immagine. E quindi potrei variare la domanda di Fernando, dov'è una donna viva?
Qui stai cedendo al pessimismo amico mio. Sta a te disegnare con lei le curve di un amplesso originale. Sta a lei disegnare con te un nome non ancora detto.
Lo scrissi tanto tempo fa:
Trovale una cosa che
non sia già detta,
che non sia passata.
Digliela con gli occhi
e non una parola
ad increspare l'aria.
Scrivila sulla sua pelle
ed accarezzerai un'idea
sul fior delle sue labbra
schiuse come un'orchidea.
Versi scialbi, da canzonetta, mi aspettavo di più dal momento che hai aperto con Pessoa.
Oh ma infatti era una canzonetta, e non hai ancora sentito qual'era il ritornello:
Suoni che non han rumore
suoni che si vedono
dicono le cose agli uomini
din don bell.
Accipicchia, chiami addirittura Shakespeare a darti mano nelle note finali, ma non sarai un ladro che non ha il senso del ridicolo?
Non mi serve il senso del ridicolo, io lo sono di mio.
mercoledì 22 dicembre 2010
Le tre coppette dell'amore
Dunque la maestra mi diceva che non è corretto iniziare a scrivere una frase con dunque.
Cara maestra eri peggio di una mamma scema!
Dico peggio perchè se da una mamma ci si aspetta poco, almeno da una maestra ci si aspetta quel minimo di ponte che permetta il passaggio fra la mamma ed una donna vera e propria. Non dico certo la sessualità fisica, che alle elementari è un po' prestino, ma insomma un assaggino di quell'immagine con la quale il mio destino di maschietto avrebbe dovuto cimentarsi di lì a poco non avrebbe certo guastato.
Ed invece nisba, solo una stronza algida e prolissa che bisognava accontentare sennò faceva scenate isteriche.
E dunque, tanto per tirare l'acqua al mio mulino e mandare affanculo tutte le mamme e le maestre frigide del mondo, ricordo che proprio alle elementari mi sognai per la prima volta il corpo nudo di una compagna di scuola. La cosa divertente è che sognai di scoparla, ma non avevo la benchè minima idea della cosa, almeno nell'esperienza concreta. Nel sogno il suo monte di Venere aveva tre piccole mezze coppe, tipo quelle in terracotta che talvolta si vedono incastonate nei muri e che servono anche per metterci dei fiori o delle lampade. Quelle da me sognate, ovviamente, erano di carne ed erano disposte come due occhi ed una bocca. Io infilavo il mio pisellino nella coppetta più in basso ed era una cosa che mi spalancava il cuore, una sensazione intensissima d'amore.
Dunque, cara la mia maestra, in principio era l'immagine e non il verbo.
Non so perchè ho scritto di questo episodio infantile, l'ho scritto perchè ho poggiato le dita sulla tastiera per scrivere non so cosa ed ecco che è affiorato alla mente questo che non so chiamare ricordo perchè più che un ricordo è ovviamente una memoria, oserei azzardare che è quasi una memoria inconscia non onirica, perchè non è che ho rifatto il sogno, è semplicemente accaduto qualcosa nella mia giornata che lo ha fatto riaffiorare adesso come immagine e non, chiaramente, come ricordo di una cosa della coscienza, perchè anche a suo tempo non fu una cosa cosciente.
C'è gente che si lambicca il cervello per tentare di spiegare i motivi e le origini delle immagini senza cavare un ragno dal buco, anzi spesso farfugliano freudianamente guastando tutta la bellezza che certe immagini possono avere. Se non si ha una fantasia umanamente sana è meglio non cimentarsi in nessuna interpretazione. Per cui un Freud, che presupponeva che l'inconscio fosse perverso per natura, possiamo facilmente immaginare quali false ed orribili interpretazioni potesse dare.
Invece a me appare così chiara la bellezza del mio sogno.
Chiara come la semplice bellezza di una cosa che mi è accaduta oggi.
Cara maestra eri peggio di una mamma scema!
Dico peggio perchè se da una mamma ci si aspetta poco, almeno da una maestra ci si aspetta quel minimo di ponte che permetta il passaggio fra la mamma ed una donna vera e propria. Non dico certo la sessualità fisica, che alle elementari è un po' prestino, ma insomma un assaggino di quell'immagine con la quale il mio destino di maschietto avrebbe dovuto cimentarsi di lì a poco non avrebbe certo guastato.
Ed invece nisba, solo una stronza algida e prolissa che bisognava accontentare sennò faceva scenate isteriche.
E dunque, tanto per tirare l'acqua al mio mulino e mandare affanculo tutte le mamme e le maestre frigide del mondo, ricordo che proprio alle elementari mi sognai per la prima volta il corpo nudo di una compagna di scuola. La cosa divertente è che sognai di scoparla, ma non avevo la benchè minima idea della cosa, almeno nell'esperienza concreta. Nel sogno il suo monte di Venere aveva tre piccole mezze coppe, tipo quelle in terracotta che talvolta si vedono incastonate nei muri e che servono anche per metterci dei fiori o delle lampade. Quelle da me sognate, ovviamente, erano di carne ed erano disposte come due occhi ed una bocca. Io infilavo il mio pisellino nella coppetta più in basso ed era una cosa che mi spalancava il cuore, una sensazione intensissima d'amore.
Dunque, cara la mia maestra, in principio era l'immagine e non il verbo.
Non so perchè ho scritto di questo episodio infantile, l'ho scritto perchè ho poggiato le dita sulla tastiera per scrivere non so cosa ed ecco che è affiorato alla mente questo che non so chiamare ricordo perchè più che un ricordo è ovviamente una memoria, oserei azzardare che è quasi una memoria inconscia non onirica, perchè non è che ho rifatto il sogno, è semplicemente accaduto qualcosa nella mia giornata che lo ha fatto riaffiorare adesso come immagine e non, chiaramente, come ricordo di una cosa della coscienza, perchè anche a suo tempo non fu una cosa cosciente.
C'è gente che si lambicca il cervello per tentare di spiegare i motivi e le origini delle immagini senza cavare un ragno dal buco, anzi spesso farfugliano freudianamente guastando tutta la bellezza che certe immagini possono avere. Se non si ha una fantasia umanamente sana è meglio non cimentarsi in nessuna interpretazione. Per cui un Freud, che presupponeva che l'inconscio fosse perverso per natura, possiamo facilmente immaginare quali false ed orribili interpretazioni potesse dare.
Invece a me appare così chiara la bellezza del mio sogno.
Chiara come la semplice bellezza di una cosa che mi è accaduta oggi.
lunedì 20 dicembre 2010
Zefiro
Sono un po' stanco di sentirmi intelligente solo quando scopro di essere un cretino.
Che palle queste riflessioni, nemmeno fossi dotato della profondità di un Pessoa.
Che palle queste riflessioni, nemmeno fossi dotato della profondità di un Pessoa.
Il mio curioso vascello scarroccia fra la solitudine e la passione, beccheggia sulle onde di desideri incostanti, s'inabissa in ventri ansiosi di domande, fluttua nell'enigma di uno sguardo altrove, insegue la bellezza di una voce taciturna.
Dove sei?
Sono qui, ma non mi vedi.
La certezza degli attimi iridescenti svanisce nelle alchimie di cuori illusionisti, gettarci l'ancora sarebbe un suicidio totale, non troverebbe fondo.
Eppure riesci ad ingannarti e navighi senza sosta, schiavo di un vento capriccioso che fa delle tue vele ciò che vuole. La presunzione di governare la tua barca doveva fare i conti con Zefiro se volevi trovare terre lussureggianti. E quando le hai trovate è lui che ha deciso se lasciarti lì come un ospite prigioniero o se sconvolgerne i porti e rompere gli ormeggi.
Zefiro, sei la menzogna dei cuori molto piccoli, sei solo un vento che arruffa i capelli e agita le lenzuola.
Mi rivolgerò all'immagine.
giovedì 16 dicembre 2010
pensieri leggeri
Mi rendo ben conto di quanto sia difficile avere delle certezze in una cultura che sembra costruita sulle sabbie mobili. Proprio per questo le chiese offrono l'inganno di architetture solide ed i centri di potere hanno palazzi massicci.
Ma se il suolo è inaffidabile forse sarebbe meglio avere una casa leggera come un'infruttescenza di tarassaco, pronta a volar via e radicare altrove una nuova pianta, prima che le sabbie mobili ci facciano prigionieri fino alla morte.
E che dire dell'instabilità dei cuori e degli amori? Quali alcove costruire per abitarli, quali ripari offrire ai sogni più belli di una donna e di un uomo? Forse solo la loro fantasia può proteggerli dalla tristezza del sopravvivere e far sì che la promessa d'amore sia il pungolo dolce che li fa lavorare per l'altro e non solo per se stessi.
Ma se il suolo è inaffidabile forse sarebbe meglio avere una casa leggera come un'infruttescenza di tarassaco, pronta a volar via e radicare altrove una nuova pianta, prima che le sabbie mobili ci facciano prigionieri fino alla morte.
E che dire dell'instabilità dei cuori e degli amori? Quali alcove costruire per abitarli, quali ripari offrire ai sogni più belli di una donna e di un uomo? Forse solo la loro fantasia può proteggerli dalla tristezza del sopravvivere e far sì che la promessa d'amore sia il pungolo dolce che li fa lavorare per l'altro e non solo per se stessi.
martedì 14 dicembre 2010
nascite e rinascite
Poco tempo fa ho scritto che avrei fatto una capriola e sarei rinato. Mi domandavo anche quale sarebbe stato il volto che avrebbe visto il mio sorriso. Sì, perchè il neonato, se nasce bene, ride anche se piange, garantisco io per questa apparentemente assurda affermazione.
Ed ora scrivo, e non sto scrivendo per qualcuno che magari mi legge, come ho fatto spesso, ma per un qualcuno che non so se mi leggerà perchè non so chi sia.
Sto in effetti rinascendo e, come tutte le nascite, è per separazione. Adesso, date le molte nascite fatte nella mia non brevissima vita, so che dovrò stare ancora più attento al volto che mi farà innamorare, sempre che lo trovi, perchè essendo una vera rinascita tutto il mio passato diventa solo memoria e non ricordo, e fra le due cose c'è un'enorme differenza. La memoria è auspicabilmente inconscia, mentre il ricordo è solo cosciente. Per cui potrò andare incontro a risonanze col mio passato ma non a ripetizioni, pena la perdita della mia nascita in un delirio psicotico. Quest'ultimo passaggio so che dovrei spiegarlo se scrivessi per qualcuno di preciso, ma siccome scrivo per chi ancora non c'è o non so chi sia, ma della cui esistenza ho una dolcissima speranza-certezza, allora me ne sbatto di spiegare e corro via dietro ai nuovi pensieri.
Ad ogni modo non è che non mi ricordo nulla del passato, me lo ricordo eccome, so bene quanti volti hanno scritto insieme a me la mia e la loro storia, so bene quali erano falsi e quali veri, quelli sani e quelli guasti, chi mi ha deluso e chi mi ha reso felice, chi si è avvizzito e chi si è sviluppato. Però niente mi lega più a quei volti se non una memoria inconscia, il ricordo cosciente non mi dice niente, nemmeno sulle più belle e clamorose scopate o sulle parole più intense e profonde, ricordarle non mi serve a nulla, sarebbe come un guardare senza "vedere".
E di fronte al nuovo volto sarò nuovo anche io, alla faccia dei miei anni sarò vergine, alla faccia del mio cinismo mi stupirò. Ma fintanto non troverà il suo volto la mia nascita resterà dormiente, quindi dovrà essere robusta per non cedere alla falsa salvezza dell'indifferenza, perchè dell'immagine femminile (dato che chi scrive è un uomo) avrà un'esigenza irrinunciabile per mettere in crisi e trasformare il proprio narcisismo che altrimenti diventerebbe patologico.
In fondo nelle nascite, come nelle vere storie d'amore, è sempre stato così.
Ed il desiderio, come nell'antica favola di Amore e Psiche, si legherà ad un'immagine che non deve essere stuprata dalla lucida coscienza, pena la perdita dell'oggetto d'amore. Ma di questo ho già scritto.
Ed ora scrivo, e non sto scrivendo per qualcuno che magari mi legge, come ho fatto spesso, ma per un qualcuno che non so se mi leggerà perchè non so chi sia.
Sto in effetti rinascendo e, come tutte le nascite, è per separazione. Adesso, date le molte nascite fatte nella mia non brevissima vita, so che dovrò stare ancora più attento al volto che mi farà innamorare, sempre che lo trovi, perchè essendo una vera rinascita tutto il mio passato diventa solo memoria e non ricordo, e fra le due cose c'è un'enorme differenza. La memoria è auspicabilmente inconscia, mentre il ricordo è solo cosciente. Per cui potrò andare incontro a risonanze col mio passato ma non a ripetizioni, pena la perdita della mia nascita in un delirio psicotico. Quest'ultimo passaggio so che dovrei spiegarlo se scrivessi per qualcuno di preciso, ma siccome scrivo per chi ancora non c'è o non so chi sia, ma della cui esistenza ho una dolcissima speranza-certezza, allora me ne sbatto di spiegare e corro via dietro ai nuovi pensieri.
Ad ogni modo non è che non mi ricordo nulla del passato, me lo ricordo eccome, so bene quanti volti hanno scritto insieme a me la mia e la loro storia, so bene quali erano falsi e quali veri, quelli sani e quelli guasti, chi mi ha deluso e chi mi ha reso felice, chi si è avvizzito e chi si è sviluppato. Però niente mi lega più a quei volti se non una memoria inconscia, il ricordo cosciente non mi dice niente, nemmeno sulle più belle e clamorose scopate o sulle parole più intense e profonde, ricordarle non mi serve a nulla, sarebbe come un guardare senza "vedere".
E di fronte al nuovo volto sarò nuovo anche io, alla faccia dei miei anni sarò vergine, alla faccia del mio cinismo mi stupirò. Ma fintanto non troverà il suo volto la mia nascita resterà dormiente, quindi dovrà essere robusta per non cedere alla falsa salvezza dell'indifferenza, perchè dell'immagine femminile (dato che chi scrive è un uomo) avrà un'esigenza irrinunciabile per mettere in crisi e trasformare il proprio narcisismo che altrimenti diventerebbe patologico.
In fondo nelle nascite, come nelle vere storie d'amore, è sempre stato così.
Ed il desiderio, come nell'antica favola di Amore e Psiche, si legherà ad un'immagine che non deve essere stuprata dalla lucida coscienza, pena la perdita dell'oggetto d'amore. Ma di questo ho già scritto.
lunedì 13 dicembre 2010
Inutilmente
Ancora mi trasformo
nell'intima notte
affiora un me stesso
che di sè taceva.
Perché non te ne vai
spietata megera,
delatrice di un cuore di seta.
Uscite dal mio cielo
corvi del pensiero
non dilaniate più i suoi sogni.
Chissà perchè poi
gli amori si tingono d'abbaglio,
s'incrociano e divergono.
Che strabismo del cuore,
e l'oculista non è l'assenza.
Ostinata è la superbia
mentre ara un campo di sconfitte,
semina gli insulti
e attende che germoglino baci.
Per un silenzio
è facile smarrirsi,
tuffare i piedi nelle pozzanghere
pur di sentire qualcosa,
ma il suono è asciutto,
l'udito non si bagna.
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