mercoledì 27 marzo 2013

...Il giorno seguente non morì nessuno.



Qualche settimana fa lessi su facebook una frase tratta da Le intermittenze della morte di Josè Saramago "Lei, che non dormiva mai, sentì che il sonno le faceva calare dolcemente le palpebre. Il giorno seguente non morì nessuno". 
Forse ne ho già parlato, non ricordo, ma in ogni caso lo ripeto, è il mio libro preferito. E leggendo quella frase mi sono chiesto perché mi porto quel libro nel cuore.
Non ho certo la pretesa, ignorante come sono, di farne qui una recensione, no, voglio solo scrivere a braccio il motivo profondo, e semplice, per cui quel racconto è per me un capolavoro assoluto.
La morte è una gran rottura di coglioni, oltretutto moltissimi religiosi, e altri furbetti frastornati, tentano di fracassarceli ulteriormente menando storielle assurde su reincarnazioni o paradisi o inferni o vattelapesca quali altre minchiate.
Cerchiamo di cambiare prospettiva e osserviamola dall'angolazione geniale e paradossale che ci propone Josè.
La morte a un certo punto si stufa di fare sempre le stesse cose, ossia di prelevare a suo insindacabile giudizio le persone senza dar loro alcuna possibilità di replica, senza ascoltarle, senza chiedere, senza comprendere.
Il protagonista è un violoncellista che vive solo, e appare chiaro come nella sua grigia esistenza la musica sia l'unica forma di desiderio che possa permettersi. Ma è proprio questa ostinazione, che definirei psicofisica dell'uomo, a incuriosire la morte, che deciderà, visto che si annoia, di prendere le sembianze di una bella donna per sedurre l'uomo. Lo farà come può farlo la morte, cioè per condurlo a sé, per portarlo alla sua conclusione, alla soluzione ultima, alla fine del desiderio, alla morte appunto. Ma la morte, non essendo mai stata di carne e sangue, non sa a cosa andrà incontro.
Trovo singolare che Saramago abbia rappresentato la morte attraverso una donna, ma forse sarebbe più interessante e corretto dire il contrario, cioè che ha rappresentato la donna attraverso la morte. Come a dire che l'uomo cercherà la donna fino alla fine dei suoi giorni (e viceversa, ma questa è solo una supposizione dato che chi scrive è un uomo e, per onestà, non può permettersi di parlare per l'altro sesso).
La vitalità è una spinta che si estingue nella morte cedendole il corpo, ma quando è unita alla creatività, e salvo imprevisti tecnici, si rinnoverà in continuazione come un'araba fenice, colorando la vita di un senso che altrimenti non avrebbe.
Chi non ha mai provato veramente il desiderio per l'altro sesso non comprenderà il senso e la verità di questa allegoria.
Vi siete mai ammalati d'amore? Avete mai avuto i crampi allo stomaco? Avete mai visto la morte in faccia per un abbandono? Avete mai assaporato quella morte che non tocca il corpo, salvo sconquassarlo un po', ma destabilizza la salute mentale? Siete mai stati in bilico sul precipizio? Avete mai avuto la vertigine per la realizzazione di un sogno d'amore? Avete mai provato il dolore allucinante che consegue alla sua perdita? Avete mai guardato nell'abisso?
Non c'è niente di romantico in tutto questo, è solo un fatto umano.
Non riproduttivo ma creativo.
Per un uomo la realizzazione dell'immagine femminile è il massimo a cui possa tendere. Senza di essa è un uomo a metà, un animale astratto, un seminatore di deserti, un pazzo solipsista che odia e fugge il diverso da sé.
Se è uomo farà i conti con la donna e la donna li farà con lui. Non è una questione sessista, è un fatto legato alla fisiologia e alla forma del nostro corpo, quindi anche alla forma del desiderio, a meno che non si creda nello spirito santo.
C'è chi tenta di fuggire da questo confronto, ma quei tentativi non interessano l'autore del libro, né il sottoscritto. Al massimo possiamo comprendere gli errori, gli smarrimenti, ma non l'ideologia che ne potrebbe derivare, perché sarebbe un'infezione mortale che porterebbe alla pazzia.
Quindi la morte, che non era mai stata di carne e sangue, diventando donna s'innamorò dell'uomo e gli regalò il tempo necessario a realizzare un sogno.
Quel sogno che chiamiamo amore.
…Il giorno seguente non morì nessuno.

domenica 17 marzo 2013

Amanti e chitarre











Ho sempre sentito dire che la chitarra, se te la sogni, è una rappresentazione dell'immagine femminile.
E io che ho fatto? Me ne sono sognate due, che sbruffone. Non avendo, nei fatti, un'amante, ho pensato bene di comperarmi una nuova chitarra, la quarta, se non considero quelle che ho avuto e poi ceduto negli anni passati. Forse sono musicalmente musulmano.
A casa mia le chitarre parlano, in fondo se già lo hanno fatto i cani possono farlo pure le chitarre, che male c'è. Quando un oggetto cade o una voce sfiora certe frequenze, loro vibrano delicatamente, entrano in risonanza. Che carine, sono vive, si emozionano!
Insomma è andata così.
Qualcuno forse ricorderà, ma ne dubito, la storiella della Venere di legno (mi accorgo però che il post sulla Venere di legno non l'avevo pubblicato, provvederò a metterlo di seguito a questo, scemenza più scemenza meno il danno è minimo). Comunque lei è ancora qui, vive con me da più di vent'anni. Il nostro rapporto è stato oscillante, a volte intenso, a volte blando. Negli ultimi anni l'avevo sempre più trascurata, almeno rispetto ai primi momenti amorosi, o forse era stata lei a stufarsi di me e sperava (attendeva?) di passare sotto le dita di un miglior musicista. Sta di fatto che ultimamente, nel prenderla tra le braccia, sentivo la sua leggerezza come fosse la prima volta che la sfioravo, ma le mie dita arrancavano arrugginite e la sensazione di essere un imbranato che ha a che fare con una dea superba quanto spietata mi deprimeva.
Qualche sera fa ho portato a casa la nuova chitarra, aspettandomi una scenata di gelosia dalla Venere, e invece niente.
Dovevo valutare se la nuova arrivata mi sarebbe stata utile per delle nuove sonorità o se addirittura poteva rivelarsi in qualche aspetto superiore alla Venere stessa. Le ho messe accanto e, almeno esteticamente, non c'era storia, la Venere è insuperabile, ha delle curve perfette, un colore unico, è una Venere scura, fa venire in mente il Nigra sum sed formosa del Cantico dei Cantici. Ho quindi preso tra le braccia la nuova venuta e ho iniziato ad arpeggiare vari accordi, lei mi rispondeva con voce equilibrata e abbastanza corretta, ma senza nessun carattere, senza provocare in me nessuna passione particolare, dovevo forzare molto le corde per farle fare un gridolino interessante, ma lei poi finiva spesso per “strappare”. E che cazzo, ma sei di legno?
Ho preso la Venere ed ecco che la mia pancia ha iniziato a fremere, le armonie tornavano, le ottave e le quinte erano corrette, l'orecchio si appagava. Lei ha un suo suono, quello a cui il mio orecchio tende, che non è detto sia perfetto per tutti, ci sono suoni infinitamente più belli (cavolo, mi viene in mente Ezra Pound, ci sono cantori più bravi di te).
E quindi siamo pari, nel senso che anche se la Venere aspettasse musicisti migliori, dovrà sapere in cuor suo che ci sono anche chitarre più belle di lei.
E tutto questo non vuol dire niente.

La Venere di legno

Buonasera, dissi varcando la soglia del negozio mentre lo sguardo già percorreva ansioso tutta quella parata di meraviglie appese, appoggiate, sdraiate o gelosamente custodite, esposte, esibite, mostrate, ostentate. Come di fronte a una folla di forme e profumi i sensi indugiavano a distinguer bene, l'occhio si smarriva, l'olfatto non selezionava, per il tatto era troppo presto, il gusto fuori luogo, ma l'udito...l'udito era impaziente.
Buonasera, disse la padrona.
L'obbligo della buona educazione mi impose di rivolgere un sorriso e una domanda, ma ne avrei fatto volentieri a meno. Quanti ostacoli, quanti convenevoli, quanto tempo vien sprecato per l'ovvio. Sembra che una frigida perversione ci abbia imposto di occultare l'immediatezza, rallentando tutto in una forma algida e fuorviante, per distogliere l'attenzione dalla nudità, considerata oscena, del nostro volto chiaro e manifesto, passaporto inequivocabile della nostra intelligenza, permettendo così alle parole di mascherare inutilmente il colpo d'occhio che investe l'uno e l'altra in un baleno. Transitori d'attacco, così si chiamano quelle porzioni in microsecondi all'inizio di un suono. Contengono tutte le informazioni d'identificazione dello strumento che l'ha emesso, togli quelle e non distingui più un fagotto da un pianoforte. Tutto in un tempo incredibilmente breve. Secondo me avviene così anche tra le persone.
Desidero vedere una Ramirez, chiesi spostando velocemente e impercettibilmente lo sguardo fra gli occhi e la bocca di quella donna.
Sì, ne abbiamo due, gliele mostro.
Ne abbiamo? Ma quanti siete, vedo solo lei in questo negozio, mica userà il plurale maiestatis, pensai ridendo fra me, forse vuol dirmi che fa parte di uno staff, bugiarda, è la padrona, i suoi dipendenti, che non ci sono adesso, sono dei subordinati, no, questo lo chiamerei plurale d'importanza malcelata, nel senso che finge la modestia ma fa sdoganare il vanto. Oppure, più semplicemente, si aggrappa a quel plurale per difesa della sua solitudine in quel momento, davanti a uno sconosciuto...che però le ha chiesto una Ramirez, cazzo!
Andò, io la seguii. Mentre tutte le altre mi osservavano passare, occhieggianti, ammiccanti, un po' puttane, chissà quante mani vi avranno sfiorate, insozzate, stuprate, scordate. Chissà cosa si dicevano, mi sembrava di essere in un bordello. Ecco un nuovo cliente, sussurravano, chissà chi sarà la fortunata, diceva una, o la sventurata, risuonava un'altra. Guardagli la mano destra, ha le unghie... e un coro di bisbiglii sconfortati pervase un'ala del negozio. Bene, disse una, vien da noi di sicuro, ragazze per voi non c'è storia, cantò strafottente alle altre che si erano lamentate.
La padrona aprì una teca d'angolo, non in evidenza ma ben pulita e illuminata. Mentre girava la chiave pensai a Porzia e ai suoi tre scrigni, di chitarre ce n'erano tre. Ma non aveva detto due? Chi era la terza? La curiosità frantumò in un attimo le mie certezze, ma in un lampo tornò in mio aiuto il nome altisonante delle due: Ramirez. Statuarie, nobili, sprezzanti. Atreiu sotto al varco dell'Oracolo del sud fu l'impressione. Ma l'occhio già spingeva verso l'altra, la sconosciuta. Tormenti che vi auguro di non provare. Smarrito già all'istante e poi da che? Un mondo mi passò infinitamente, un me bambino in quella strada, coi soldi in mano davanti alla vetrina, tanti anni fa. Deciso, quella volta, non ce n'è altre. Quella voglio, ecco qui il denaro.
Adesso sono ricco e titubante.
Presi la seconda, la prima era da studio, non fa per me, sono ignorante. Con calma lieve l'appoggiai alla gamba e già ne valutavo il peso con l'odore. Toccai la sesta e dopo tutte le altre cinque, breve ritocco dell'accordatura, poi un attimo sospeso ad intuire cosa mi chiedeva che dovessi fare. Un mi, va bene, un sol, fatto, un si, eccolo. Ottima, equilibrata, pronta, senza mezzi suoni. Ancora, sol,re,fa,mi. Bene, risponde, mi segue, vuole andare, è una spagnola, proviamo con Asturias. Le dita non subito pronte, così a freddo, tradirono Albeniz al primo barrè, ma la cosa non importa, stavo provandola, non stavo registrando. Mi fermai e osservai la padrona, che sorridente appariva inorgoglita, di cosa poi non capivo, ma le sorrisi anch'io. Imbarazzato dalla sua presenza guardona continuai in un arpeggio improvvisato. Mi dava fastidio quella donna. Perchè non ci lasciava soli? Sembrava una madre nera che agguinzaglia la figliola. Ma intanto l'occhio mio divenne Margherita, che tra le braccia dell'amante già ammicca al nuovo. Posso vedere la terza?
A te che leggi non saprò mai dire, cosa successe dopo non ha parole, un brivido montava nella mano che sollevò quella Venere di legno antico, leggera, in modo inaudito, sembrò adagiarsi fra le mie braccia con riservato ardore, tremava lei o tremavo io? Il fiato corto e l'emozione fecero sparire quella megera impiantonata. Non c'era più, non c'era più nessuno, sparito il mondo. Non chiesi, e come potevo, le note da suonare, con quella grazia o sei te stesso o lascia stare. Ti guarda in faccia, ti preme contro il cuore, s'insinua fra le gambe, aspetta la tua passione. Tu temi quelle altezze, potresti incespicare, ti gira la testa non sai più dove andare. Respiri, calmo, ti lasci un po' andare, ascolti, ascolti bene.
Feci una cosa insolita, portai la sesta in re, poi non so dirvi altro, sarebbe qui impossibile.
Potrei allungare sconsideratamente questo racconto con giravolte e fulmini, ponti celesti o gole inabissate. A volte l'onestà è un obbligo, ed io mi fermo a questo punto, quasi fosse una corona al termine di una partitura, sulla soglia della musica, per rispetto a lei ed anche a voi.
Adesso è qui accanto a me, regala alla mia casa il suo profumo, ma quando la tocco le parole si trasformano e mi dispiace di non potervele far sentire.

sabato 2 marzo 2013

piccole felicità



Sono anni che non faccio movimento e, data la non tenera età, sto accusando qualche cigolio alla spalla sinistra, per non parlare del resto. Purtroppo ho una certa incompatibilità con le palestre e i luoghi dove si fa fatica per fare fatica, soprattutto al chiuso. Io devo divertirmi o distrarmi all'aria aperta per fare fatica, altrimenti non se ne parla nemmeno.
Qui a Firenze abbiamo un fiume, poco frequentato dai fiorentini perché puzza d'estate ed è pericoloso d'inverno. Però ci sono due club di canottieri, uno vicino al Ponte Vecchio e uno al ponte da Verrazzano, soprannominato da Terrazzano per le insulse terrazze che lo agghindano. Il primo club è fiorentinamente snob, saturo della borghesia locale, buona parte di mia conoscenza e dalla quale è meglio stia alla larga se voglio conservare il buonumore. L'altro club è invece chiaramente indirizzato all'agonismo, un mio compagno di liceo lo frequentò nei bei tempi andati e vinse addirittura una gara di campionato italiano. Ci vuol poco a capire che non è un luogo adatto a me.
Per farla breve, tempo fa mi hanno detto che c'era un minuscolo circolo di canoa subito fuori Firenze, dieci minuti di auto da dove sono io, venti in bicicletta. Oggi ho deciso di andarlo a vedere, ma nei paraggi nessuno sapeva dirmi dov'era e nemmeno se esisteva. Cazzo, mi son detto, se esiste è quello che fa per me. Dopo essermi perso per stradine amene, alla fine l'ho trovato. Perfetto, sfigato, leggermente squallido, poco frequentato. Due belle figliole giocavano a tennis in uno dei due campi a disposizione, più in là tre figure stese su un pratino a prendere il sole, dentro la sede il custode armeggiava con un distributore di bibite e due soci in accappatoio leggevano il giornale. Ho pensato che già amavo quel posto. La quota d'iscrizione è ridicola. Il presidente in persona, un tipo che sembra uscito da una ciurma di pirati caraibici, con un occhio meraviglioso e l'altro grigio cataratta (o di vetro???), mi ha gentilmente spiegato che è un circolo di sperduti e beati, o di beati perché sperduti, ognuno fa quel che vuole, ci va quando vuole e addio belloni. Gli ho chiesto che genere di attrezzatura dovevo procurarmi, e lui mi ha guardato incredulo, poi ha alzato le spalle dicendomi che in canoa potevo andarci anche vestito da ussaro se mi faceva piacere, per il resto mi danno tutto loro, canoa, pagaia, salvagente e un calcio nel culo d'incoraggiamento.
Sono un uomo felice, lunedì vogherò con la lena di un bradipo, solcando il fiume in lungo e in largo, tirando scapaccioni alle nutrie e pagaiate alle carpe.
Viva la canoa!
Tanto pioverà sicuramente.

domenica 24 febbraio 2013

Il cane, il bubbolo, la chitarra e il minimalismo



Ricordo che quando ero piccolo mio padre ogni tanto cambiava auto, perché faceva molti chilometri, ma su ogni auto c'era sempre la stessa piccola campanella (in realtà si chiamava bubbolo), attaccata sotto lo specchietto retrovisore. Una volta ero seduto dietro, mentre mio padre guidava e un suo amico accanto a lui fumava. A un certo punto il suo amico, che a me stava molto antipatico, chiese con aria di scherno a mio padre cosa significasse quel bubbolo. Mio padre lo fece suonare gentilmente con le dita e rispose: serve a ricordarmi che vengo dalla campagna.
Una battuta che, se ancora me la ricordo, evidentemente mi colpì.
Quella campanella la conservo nella memoria, non so più dove sia, ma l'altra sera l'ho udita fuori della porta. Sono andato a vedere ed ho trovato un cane. Ci siamo guardati, lui un po' mi ha annusato, io no, non ne avevo bisogno. Nessuno dei due, almeno apparentemente, aveva altri impegni e quindi l'ho invitato a entrare. Più o meno è andata così:

Ruhe: Un cane un po' timido ma anche molto curioso, vedo che con fare guardingo ispezioni la mia casa minimalista, anche se sarebbe più corretto dire minima.
Cane: Il minimalismo nella musica è forte, è ipnotico. Secondo me quei compositori si facevano delle canne da qui a Semprognano, hai presente dov'è? Ecco, prova ad andarci.
R: Allora ci parli del minimalismo o ci parli di lei?
C: Lei chi?
R: No scusa, che cavolo c'entra altrimenti Semprognano col minimalismo? Chi c'è a Semprognano?
C: Una segugia irraggiungibile.
R. Allora ripeto la domanda, ci parli del minimalismo o ci parli di lei?
C: Francamente preferirei di lei , ma non riguarderebbe nessun altro.
R: Chi te lo dice? Sai quanta gente cerca di scoprire come funzionano gli altri o se gli altri funzionano come loro stessi?
C: Eccoci all'acqua, poi quando scoprono che non è così son cazzi. A me non importa di trovare me stesso negli altri, io sono io, mi basto e avanzo, m'importa di andarci d'accordo con gli altri, anche se sono diversissimi da me, questo è il bello. Nessuna discriminazione, salvo per gli imbecilli.
R: Sì, buonanotte, allora questo minimalismo?
C: Non lo conosco molto, non mi appassiona veramente, forse è invidia ma quel che ho ascoltato è assai ripetitivo, gioca su piccole variazioni, suggerendoti di ascoltarle meglio, di fissarti su piccoli frammenti, mentre intanto, a seconda dei casi, si creano intorno delle scene che amplificano ancora di più i particolari, ripetendoli come un mantra. E' l'opposto della melodia, mi verrebbe da dire, la scarnificazione della linea melodica, che viene ridotta quasi all'inesistenza. Ecco vedi, accompagnare una melodia è come tesserle un tappeto sotto i piedi man mano che avanza, è sostenerla nel suo ideale, nel suo sogno.
Oppure è costruirle intorno un recinto... dentro al quale possa muoversi liberamente. Più il recinto sarà ampio e più sarà libera. Fino ad abolire il recinto... col rischio di vederla dissolvere nel nulla se il recinto era il suo unico volto.
R: Le melodie sono pericolose, direbbe qualcuno.
C: No, lo sono i recinti. A me sembra che i minimalisti costruiscano splendidi recinti, senza niente dentro, o tappeti ricamati senza nessuno che ci balli sopra, e questo può essere divertente, hai visto mai. Chi lo desidera, se ne è capace, potrà mettere nel recinto quello che vuole, o far danzare lungo il tappeto la ballerina che desidera.
R: Ci vive una ballerina a Semprognano?
C: I cani sono più bravi di te a farsi i cazzi suoi. Stavo dicendo, ah sì, i recinti.
I tappeti invece sono diversi, possono essere lunghissimi e stretti come delle guide, possono curvare o possono interrompersi, nel qual caso chi ci cammina sopra dovrà bloccarsi all'istante. Sono tappeti volanti, sotto non c'è un pavimento, stiamo parlando di musica.
R: Scusa, pensavo ad altro. Ah, sì, quelli che chiamavo tappeti d'archi, Mahler era a mio avviso il miglior tessitore.
C: Mahler non era un minimalista!
R: E chi ha detto questo? Che fai ringhi? Oh bellino, hai le paturnie? Con chi mi stai scambiando? E poi oh, si potrà pure pensarla diversamente da te no?
C: Diversamente è un conto, dire cazzate un altro!
R: Ma infatti, la mia era solo una memoria sulla parola tappeti, non volevo dire altro. Ecco, vedo che un pochino hai scodinzolato, forse il tono della mia voce ti ha calmato.
C: Io sono spesso spaventato o spaventabile, è un grave difetto, ho poche certezze.
R: Allora ascolta queste note.

Mi sono alzato dal divano e ho messo un cd con musiche di Leo Brouwer, Toru Takemitsu, Flores Chaviano, Joaquin Clerch e altri. Conoscevo pochissimo questi autori e non conoscevo il chitarrista, una carenza imperdonabile, per me ovviamente. Ho guardato il cane con aria di provocazione, sperando facesse qualche apprezzamento o che raccontasse un aneddoto. Invece...

C: Tu vorresti che io parlassi di musica, ma questo post è iniziato con la storia di una campanella, un bubbolo, come questo che ho legato al collo e che solo tu hai sentito, perché io non esisto.
R: E io con chi ho parlato? Se aspetti che ti dica che parlo con me stesso aspetti parecchio.
C: Parli con la ballerina di Semprognano.
R: Ma è nei miei sogni, non esiste, è la musica che non riesco a scrivere, è quello che non riesco a essere, è quello che non riesco a dire.
C: Bene, allora sei stato onesto, hai scelto il cd adatto, attraversa mondi musicalmente e temporalmente diversi. Quando si incidono cd come questo la scelta dei brani è come una sceneggiatura, il filo, o meglio, il senso sono fondamentali. Ricardo Gallén inizia col più classico degli spagnoli, Joaquin Rodrigo, per chi non lo conoscesse è l'autore dello strafamosissimo Concerto di Aranjuez, vada altrove chi non conosce nemmeno quello! Poi Ricardo vola a Cuba (Gallén è cubano) e ci propone un virtuosissimo Joaquin Clerch con “Guitarresca”.
R: Mai sentito nominare prima d'ora, accidenti alla pigrizia!
C: Non sei a un esame, e non puoi ascoltare tutta la musica del mondo.
R: No, ma dovrei ascoltarne molta di più.
C: E diversa, anche la più lontana geograficamente.
R: Che te ne pare delle sonate di Leo Brouwer?
C: Stupende, sognanti, irriverenti, sincere. Le avvicineri idealmente alle Children's Songs di Chic Corea.
R: Non fare il mentecatto, sono due cose completamente diverse, io le avvicinerei a tutto ciò che non riesco a fare e che lui invece fa.
C: Oh, non preoccuparti di questo, riconoscere ciò che si ama anche se non lo si può avere è una prerogativa umana.
R: Per te funziona così?
C: Io amo ciò che ho, ma questo l'ha già detto Tolstoj.
R: Ecco, ascolta, questo è Takemitsu, ricordi? Kubrik scelse un suo brano per 2001 Odiseea nello spazio.
C: E' diversissimo, è tutt'altro da allora, non ha fatto il furbo, si è messo in discussione, ha camminato, ha cercato e non ha smesso di essere un musicista.
R: Ami la storia? Voglio dire i percorsi, le trasformazioni.
C: Sono un cane, ho poca memoria, tranne quella ripetitiva se mi insegni ad abbaiare a un tuo segnale. La mia memoria vera è per risonanza, somiglia quasi a un istinto.
R: Grazie al cavolo, sei un cane, avrai l'istinto no?
C: Dimentichi che non esisto.
R: Già.
C: Ecco, sta finendo il cd e cosa ha scelto Gallén come ultimo brano? Il meraviglioso preludio n°5 di Tarrega, una chitarra che intona con semplicità tutto il suo luminoso ed erotico languore, tutta la sua dolcezza, tutta la sua intimità.

Il cane se n'è andato, ho sentito per un po' il bubbolo tinnire nella notte, sempre più in lontananza.

giovedì 21 febbraio 2013

A braccio




“Io non sono uno scrittore, so benissimo di non avere a che fare con quell'arte, o almeno non come vorrei. Posso solo vagamente rendermi conto delle capacità e delle conoscenze che occorrono a uno scrittore per sentirsi tale.”
 “Cercare le parole, saperle trovare, o inventarle se non ci sono. Usarle per dare forma a un pensiero che ancora non ha contorni definiti e realizzarlo scrivendo. Questa è l'arte della scrittura.”
"Quanto alla tecnica è sempre solo necessaria e funzionale, evitando di entrare nella stupida e fuorviante rivalità fra professionismo e dilettantismo.”
" Per come la vedo io, scrivere non è un mestiere, è un modo di vivere e di pensare."

Con queste parole ******** terminò la sua prima, unica e ultima partecipazione a un seminario di scrittura creativa. Tornò a casa, chiuse definitivamente il suo blog e si stiracchiò soddisfatto.
Poi cercò una penna.

giovedì 14 febbraio 2013

il n°7



L'ouverture Leonora di Beethoven è proprio romantica, Ludwig ne ha scritte quattro versioni, era un vero rimaneggione. Però dico io, questa Leonora, mica per nulla, ma che coglioni!

Allora metto un quartetto di Dimitri, mi diverto di più. Mi piace da morire l'incipit del n°7, è micidiale! Forse ne ho già parlato, pazienza, mi ripeterò per dire che bastarono quelle battute iniziali a farmi innamorare di quell'uomo. Parapàparapàparapàparapàparapàpàpà- pàpàpà! Avete idea di cosa significhi iniziare un quartetto in quel modo? Significa sbattersene i coglioni dei preamboli e..., vabbè, non voglio fare il cretino, giuro, ma è che davvero a volte, non so quanto raramente o quanto spesso capiti, o sarà capitato a qualcuno nella vita, di voler andare subito al nocciolo, al dunque, senza troppe spiegazioni delle puntate precedenti, senza convenevoli, con un'immediatezza quasi ingenua, attraversati da un brivido, col suono che prorompe nudo e sfacciato, quasi ridicolo, che magari lì per lì ti spiazza se non hai l'orecchio pronto e recettivo, ma è talmente bello da vincerti in pochi istanti. Come dire... ecco, è quello che cercavo, è quello che andava detto!

Le sue dissonanze diventano meravigliose perché sono sostenute da un ritmo stupefacente che aiuta anche l'orecchio inesperto, stuzzicandolo e guidandolo, a entrare nel discorso. Verrebbe da dire che ne vince l'ottusità e la timidezza, dell'orecchio voglio dire, o l'isteria e la presunzione, a ciascuno il suo, sempre di orecchio, s'intende.

Il secondo movimento invece è pazzescamente malinconico, si affaccia sulla tristezza da una finestra di dolore, per la perdita della moglie (madonna bona, o questa di dove l'ho tirata fori? Gliela rivendo a Baricco se mi paga bene). Penso però che sarebbe riduttivo liquidare il movimento così, diventerebbe un quadretto per gente sorda col fazzoletto in mano, mentre ha una tale finezza di suoni e di armonie da scandagliare il nostro udito fino alle sue più profonde sensibilità.

Se si interpreta così il secondo movimento allora il terzo cos'è? una frenesia iperattiva, un delirio euforico o lo scatenarsi di una rabbia accecante? Di quelle che rompono tutto ciò che trovano sotto mano? Per poi placarsi, riprendersi, separarsi, uscire e vivere in un'altra luce il primo movimento?

Visto così farebbe pensare a un cerchio, a un canone circolare sui generis. Sarebbe terribile nella vita, un'allucinante coazione a ripetere, mentre invece con la musica ci si può giocare (per intendersi un canone circolare è una musica con la struttura tipo Fra' Martino campanaro, la fine è uguale al principio). Poi penso alle parole e mi accorgo che il senso del dire “la fine è uguale al principio” può essere quello che l'inizio di ogni nuova cosa è sempre per separazione dal passato, bellissima idea (infatti non è mia). Però se poi si rifanno pari pari le stesse cose di prima allora si è scemi!
La differenza sta tutta lì.

Che pensieri si possono fare ascoltando questo quartetto?

Forse questi, almeno io.

domenica 3 febbraio 2013

Des Knaben Wunderhorn

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I vostri commenti a volte sono dei veri “Knaben Wunderhorn” (scusa Mahler se approfitto un po' del tuo genio artistico).
Ce n'è uno di Amanda nel post precedente che merita un altro post per il quantitativo di pensieri che ha suscitato.
Stavo cenando con un'amica e le ho raccontato la storiella del ricercatore e dei ragazzini in Africa (tribù Zulu per la precisione), nonché il laconico commento di Amanda al mio post. La mia amica si è sorpresa dello scetticismo di Amanda e ha detto che, anche se la storiella fosse una sòla (come l'ha definita Amanda), sarebbe comunque una bellissima immagine letteraria e sarebbe comunque bello pensare che da qualche parte nel mondo la gente possa vivere così.
Ecco, tutto questo mi torna a fagiolo per mettere due asterischi al precedente post.
Quale dei due preferite?

(*): Non tutti i software vanno d'accordo, ma conta chi procura maggiori benefici alla comunità!

(*): Non tutti i software vanno d'accordo, ma vince chi si accaparra tutto per primo!